Dice Camus: "L'uomo è l'unico animale che si rifiuta di essere quello che è".
Ma allora come resistere all'umano balletto di tragica pantomima?

Solo la rappresentazione toglie l'uomo dall'assurdità e sacralizzandolo lo rende reale e definitivo;
per rappresentarlo occorre amarlo ed odiarlo nel contempo, poiché se tale discrasia è risolta l'opera non si compie.
Si deve rappresentare in una dimensione atemporale e solo viaggiando nel tempo l’opera può essere credibile.

Ci devono essere il colpo di lancia del soldato ubriaco e il graffio dell’imbecille, ma è irrinunciabile la complicità corrosiva del tempo, parte integrante e determinante della bellezza e della storia dell’opera stessa.

L’artista come il demiurgo platonico ha la capacità di prendere tutti questi elementi e metterli nel proprio lavoro.

Si evocano figure preesistenti che viaggiano nella vita e nella memoria da sempre e con esse si costruisce l’opera; io aspetto che l’idea-quadro venga a me. In questo modo non posso che essere clandestino e dilettante: lo sono un po' per reticenza un po' per ironia, per non perdere la verginità del meravigliato ed ancora per poter gridare ai ruoli prestabiliti che la vita ci ha assegnato. Nietzsche ha detto: “L’arte come la filosofia non può che avere un ruolo consolatorio”.

E ti sembra poco, dopo insuccessi esaltanti con fatica riuscire a passare per la stretta ed angusta apertura-ferita e rifugiarsi nel molle, dolce, amorale e fecondo ventre dell’arte?

Ambrogio Tironi, novembre 1992

Senza voler mettere alcun limite al soffio della fantasia, tanta pittura che abitualmente si vede è pittura di serra, che coltiva sul coltivato, spesso sul luogo comune anche insigne del quadro artistico moderno, e da ciò anche tante onerose omonimie.

Mi ha dato una scossa inattesa la rivelazione intelligente e sicura da parte di Marcello Venturoli di un pittore quarantenne che lavoro da circa venti anni nella provincia italiana come sempre matrice delle personalità geniali, Ambrogio Tironi di Caravaggio, che il critico non dubita di associare ai nomi di Schiele e di Dix.

Conoscendo il suo lavoro degli ultimi dieci anni, prima colpisce il suo mondo, che s’impone con la presenza moltiplicata e assillante e con le grandi dimensioni, ed è l’umanità del rotocalco, un ceto medio odierno avido e ludente eguale a Lima e ad Oslo, a Bergamo e a Tulsa, quello delle istantanee involontariamente ferine, e di cui qui si vedono i piedi frusti, sformati, dolenti, anche quando nascosti, che si fanno avvertire come volti.

E veramente la gente con cui si convive, e che per un’illuminazione improvvisa come quella dell’imperatore visto nudo dal fanciullo, che con occhio pure rompe l’incanto narcotico dell’ideale, della convenzione o della menzogna, si presenta anch’essa nuda con un’innocenza animale, nuda e impietosamente vera.

Credo che nelle stanze comuni, non professionali in cui il Tironi dipinge, circoli qualche volta la lucida ferocia che aleggiava nelle salette borghesi della villa di Croisset, quando Flaubert provocava alla voce i suoi personaggi obbligandoli a metter fuori le loro anime genuine nascoste dai feltri delle ipocrisie sociali, le loro vite nel fondo fangoso e irredento.

Si sente che talora è Tironi per primo ad essere interdetto dalle sue evocazioni perché, come avviene, spesso gli prendono la mano dopo essere state suscitate, e per loro conto si spingono a impreviste esasperazioni o tendono a sconfinare in concessive intemperanze o in impulsive brucianti veemenze.

Ma la sua interrogazione della vita e di come essa è nel nostro tempo è intrepida e spietata, di un’intransigenza che sfida le reazioni di ostilità all’inclemenza iconoclasta di questo osservatore ed epilogatore di un’impaurosa e scientifica freddezza darwiniana.

Con l’originalità piena e del resto così evidente dell’espressione di un sentimento della vita vista nel suo indistruttibile e perenne stato di vitalità in ognuno spontanea e animale per eterno ritorno della specie e per storica esplosione, il Tironi può essere inteso come un fantastico immanentista del continuismo che fa emergere i sostrati selvatici della storia umana, ed io credo che questa interpretazione sia più vicina alla sua intuizione profonda, perché nella sua visione non c’è solo il contenuto demoniaco, ma l’ironia, che non potrebbe conciliarsi con l’ipotesi che l’artista sia invece un moralista agostiniano convinto dell’inevitabile presenza del male nella vicenda umana, o segua qualche altra amara e disperata convinzione manichea.

Se egli avesse spirito di religione, rigoroso e punitivo per speranza o ricerca di un riscatto come fine dell’essere, non sarebbe così assertivo di una realtà vitale (sempre sentita con spirito fraterno), che ha l’invariabilità stessa dell’esistenza, e solo appare più chiara e invadente o soverchiante in periodi di storia come quello toccato al Tironi, nato nella guerra di distruzione e imbestiamento, formatosi nell’invasione d’irrazionalismi, di rivendicazioni dell’irresponsabilità, di prassi dell’egoarchia e di rifugio nel fisico oscuro e nel senso immemore, abdicando dalla ragione e dall’etica, delle epifanie dell’inconscio e del caotico come forze determinanti di una umanità agita o asservita, livellata nella passività.

La sensualità diviene così prima e ultima sostanza dell’esperienza e mito che continuamente l’alimenta e la potenzia. In mille volti, in mille corpi impudichi e irritati, affaticati e scaduti, in situazioni reali, possibili e impossibili, in visioni orgiastiche e d’accesa adolescenza, Tironi rappresenta secondo la sua anima in tensione il nostro tempo in una sua verità quasi zoologica.

Rappresenta un’ossessione formata e crescente in un senso da Dostojevskji, e con pari intensità, ma non è un ossesso, ha un potere rabelaisiano di riso, di dilatata enormità e d’ironia, a partire dalla tematica d’invenzione: la ragazza che monta sulla gallina chapliniana, le fantasie incredibilmente favolose o barocche o esorbitanti come la lotta di Teseo col Minotauro e le signore gelose, che intepidisce ogni surrealismo, il Caffè corretto in casa Secco Suardi con l’ariostesca panoplia carnale, i ragazzi acrobati che sono un’emblema fulmineo delle tante complicate illusioni, futilità e gratuità del tempo, dalle panacee economiciste o politiche alla psicanalisi e all’ermetismo.

Ma questo quadro nel suo articolato equilibrio araldico e di forme adunche che non sarebbero dispiaciute a un Tura, e gli altri indicati tra i molti, sono composizioni di straordinaria misura e ritmazione plastica a volte esaltata fino a sollevare, come nel Viaggio a Bilbao, una certa pur rara crudeltà sarcastica nell’arcata dei corpi in raptus tra l’orgasmo e la morte, indigenti e indecenti nella danza taurina tra le testate di letto gozzaniane e crepuscolari, alla Viviani.

Il comporre sorvegliato e sintetico nei suoi estri e paradossi raggiunge le parodie culturali, i centauri pomellati di Boecklin, i destrieri di Sartorio, i cavalieri gongoreschi che escono vogliosi dalle esequie del conte di Orgaz; in un San Giorgio a cavallo c’è non il santo, ma un drago di Paolo Uccello.

Depositi nella memoria visiva d’impressioni forse fugaci ma potenti, che emergono al giusto momento d’intervento ed entrano in coerente fusione con l’altra materia.

Negli ultimi anni il Tironi mostra meno stilismi, che nella loro personale accezione io apprezzo come cultura decantata e coinvolta nel suo coniare integrale che ne viene nutrito.

L’afrore permanente e senza uscita di quel mondo che si spersonalizza, perde identità o la conserva precaria cercando di alienarsi totalmente nell’eguaglianza sessuale e regredisce dall’eros sempre più verso un’animalità corale, quel mondo che andando fuori incontriamo spento o coperto, ma c’è, ha indotto l’artista – quanto lontano da ogni ottimismo rousseauiano – a un’emergenza più cruda o cocente dell’epidemia fisica attuale.

Nelle opere ultime la satira della cronaca è più accesa ed anche violenta o provocatoria, accentuandosi i realismi rispetto ai sostrati culturali a loro modo distanzianti e catartici; ma rasserenamenti sorridenti si vedono in Uomo e centaurina e in altre opere insinuanti e gentili.

Altre cose assai dovremmo osservare, per esempio la redazione pittorica peculiare delle cornici isolanti rispetto agli ambienti e spazi, a tanta distanza dalle Secessioni e dal primo Matisse, e con innovazione, ora sostituita da espansioni più aggressive degli interni nel circostante; o l’erubescenza delle nature morte intercalate.

Abbiamo indirizzato all’arte di Ambrogio Tironi, cercando di spiegarne alcuni valori, per simpatia per la sua prognosi che non teme di sfidare l’impopolarità, e perché persuasi d’esser di fronte a un’eccezione nel panorama artistico da riconoscere e da comunicare.

Carlo L. Ragghianti (1985)